L'inchiesta del mese

Ben tornati!
Dopo qualche mese di assenza, si ricomincia di nuovo con i consueti sondaggi ai limiti del possibile.
Tante altre novità in arrivo, abbiate fede.

Adesso che c'è la crisi trovare lavoro è diventato ancora più difficile. Quale professione secondo voi dà più garanzie di sopravvivenza nel lungo periodo?

Funari resta indimenticabile

Funari resta indimenticabile
E' Funari l'indiscusso re degli aforismi fecali. Nell'ultimo sondaggio del 2008 il compianto Gianfranco ha ottenuto ben 4 voti con il suo celebre detto "La televisione è come la m**da: bisogna farla ma non guardarla".
Due voti per Luttazzi ("La satira ha nella m**da la sua pietra filosofale"), uno ciascuno per gli altri due motti selezionati: "Mangiate m**da, milioni di mosche non possono sbagliarsi", di anonimo, e "Se vuoi conquistare una donna, devi essere un pezzo di m**da", detto da un mio amico olandese che sembra avere davvero le idee chiare in proposito.

martedì 3 novembre 2009

The Italian breakfast

Qualche tempo fa ho sgranato gli occhi trovandomi sotto il naso su Facebook il gruppo "Vogliamo Starbucks in Italia". Davvero paradossale. Viviamo nel paese dove probabilmente si mangia meglio al mondo, dove probabilmente si beve il caffè più buono del mondo e dove lo si paga la metà o anche un terzo di quanto costa all'estero, eppure centinaia di persone sentiono la necessità di pagarlo 3 € e berlo in un bicchierone di plastica. Un tipico esempio di esterofilia esasperata, ho pensato, il difetto genetico nostrano che periodicamente ci spinge a pensare che tutto quello che proviene dall'estero è meglio che in Italia. Stavolta però si trattava di una delle cose che sappiamo fare meglio, il caffè, quindi la questione era quantomeno curiosa e meritava di essere studiata.
Leggendo su Wikipedia, scopro che, secondo la leggenda, il mito di Starbucks nasce nel 1983, in occasione di un viaggio a Milano di Howard Schultz, amministratore della catena. A quanto pare, Schultz fu talmente colpito dal clima amichevole e conviviale che si respira nei bar italiani, da decidere di provare a riprodurre questo approccio gestionale nelle sue caffetterie. A prescindere se vi sia riuscito o meno, il tentativo si rivelò giusto, tanto che oggi l'impero di Starbucks conta oltre 9.000 sedi in mezzo mondo, e forse anche di più.
Saggiamente, tuttavia, il buon Schultz si è guardato bene in tutti questi anni dal mettere piede in Italia. Le motivazioni sono espresse chiaramente in un articolo linkato nella medesima pagina di Wikipedia: "Agli Italiani non piacciono le tazze di plastica. Perché? Essi non considerano neanche la possibilità di prendere il caffè fuori dal bar, bevendoselo mentre camminano o guidano". Senza contare, aggiungerei io, che il caffè di Starbucks, oltre a non essere carico come piace a noi italiani, costa circa 4 volte tanto. Il che, per un popolo che mediamente consuma 4 tazzine di caffè a testa al giorno, è tutt'altro che irrilevante.
Eppure, a smentirci parzialmente entrambi, ci sono oggi quasi 3.000 persone che su Facebook, divise in 3 gruppi, inneggiano all'avvento della sirena verde nel belpaese. Il più nutrito, quasi 2.000 iscritti, stila un decalogo di buoni motivi: fra gli altri, "è giovanile", "è alla moda", "è un mix di sensazioni uniche: è intimo ma allo stesso tempo internazionale", "ha poltrone comode", e poi "il caffè è differente da quello nostro ma non per questo fa cagare anzi è buono". Quest'ultima frase è piuttosto inquietante, ma tanta insistenza mi convince comunque a mettere alla prova le virtù di Starbucks.
Quale occasione migliore del mio imminente soggiorno di lavoro a Londra? La mattina dopo il mio arrivo, entro nel primo Starbucks che trovo per fare colazione. La scelta è necessariamente casuale, visto che si tratta di un esperimento su una catena in franchising devo ovviamente dare per scontato che la qualità sia la stessa in qualsiasi punto vendita. Con davanti a me la prospettiva stimolante ma impegnativa di 3 mesi di lavoro e vita a Londra, ordino un cappuccino ed una fetta di dolce, pago un conto salatissimo, dopodiché tiro fuori il netbook per controllare la posta su internet.
Subito una brutta sorpresa: la connessione non è affatto gratuita, come mi avevano assicurato tutti, ma costa la bellezza di £ 8,00 al giorno! Provo a consolarmi con il dolce, che è gustoso ma ha ahimé la consistenza di un foratino. Bevo un sorso di cappuccino e mi ustiono la lingua, per di più è amarissimo, ci verso dentro tonnellate di zucchero ed aspetto un po', ma non diventa né più freddo né più dolce. Purtroppo non ho ancora tempo per aspettare (siamo a Londra e si va di fretta!), così a malincuore sono costretto a lasciare sul tavolo quel beverone infernale ed uscire. Partiamo proprio male.
Nel pomeriggio chiacchiero con mia cognata, che mi chiede le mie prime impressioni inglesi e mi suggerisce di dare a Starbucks una seconda possibilità: "E' chiaro che non si può pretendere che il cappuccino sia buono come quello italiano, semplicemente devi andare lì e lasciarti coccolare". D'accordo, proverò a farmi coccolare.
Qualche tempo dopo mi capita di fare un giro in centro con un'amica e decidiamo di fermarci a prendere un caffè. Neanche lei è rimasta molto convinta da Starbucks, ma decidiamo insieme di provare un'altra volta. Entriamo e ci troviamo davanti una fila epica, almeno trenta persone sono in coda per ordinare. Dopo dieci minuti buoni riusciamo a guadagnare la cassa ed ordinare un paio dei tanto decantati frappuccini. Il cassiere abbozza un sorriso, afferra un paio di bicchieroni di plastica trasparente, ci scarabocchia su qualcosa con un pennarello viola e li passa alla collega. Decisamente spoetizzante, non trovate? La collega riempie i bicchieroni ma fa qualche pasticcio e mi dà un frappuccino sbagliato. Potrei farglielo notare, ma perderei altro tempo e rinuncio. Facendoci largo nella foresta umana riusciamo a guadagnare il piano di sopra e ci lanciamo alla ricerca di un tavolo libero. Sono tutti sporchi e pieni di cartacce, e la cosa mi irrita ulteriormente: d'accordo che siamo a Londra, la patria degli zozzoni, ma io pretendo la mia dose di coccole.
Ci sediamo al tavolo meno indecente, ed immediatamente mi accorgo che ho tutta la mano destra sporca di pennarello viola. Stupido commesso, che non sai neanche passare le ordinazioni a voce!
Finalmente assaggio questo tanto decantato frappuccino. Com'è? E' buono, certo. Ma ci mancherebbe pure che non lo sia, considerando che mi è costato £ 4,00! Di coccole, però, neanche l'ombra. L'esperimento è concluso: considerando che frappè buoni come questo, ed anche migliori, in Italia già li facciamo, per conto mio non c'è alcuna necessità che Starbucks apra anche da noi.
In compenso, nel frattempo scopro l'esistenza di Caffé Nero, una catena inglese di caffetterie la cui diffusione a Londra è persino più capillare di quella di Starbucks. E la cosa più divertente è che, stando alle dichiarazioni di intenti di Schultz, Caffè Nero è esattamente ciò che Starbucks sarebbe dovuto essere ma senza riuscirci: la riproposizione, imperfetta ma apprezzabilissima, di un bar italiano. L'espresso è godibile e viene servito rigorosamente in tazzine di ceramica, ci sono persino croissant e fagottini al cioccolato. E nel momento in cui scopro che ad ogni cliente danno una carta su cui mettono un timbro per ogni caffè, e che ogni 9 caffè il decimo è gratuito, sono fidelizzato per sempre!
Prendo quindi l'abitudine di fare colazione al Caffè Nero vicino casa. Quando le due bariste italiane scoprono che sono loro connazionale diventano se possibile ancora più gentili, addirittura mi mettono ogni volta due timbri anziché uno. E finalmente mi rendo conto di qual è il valore aggiunto del caffè italiano, ciò che aveva colto anche Schultz senza però intuire che non è affatto semplice riprodurlo in serie, semplicemente aprendo una catena in franchising: il barista.
Il caffè al bar è buono non solo perché è buono, ma perché lo serve una persona simpatica, con la quale fare volentieri due chiacchiere, parlare di sport o politica, lamentarsi, chiedere consigli, persino sfogarsi. Il bravo barista sa che, oltre a dover preparare un ottimo caffè, deve diventare un vero e proprio punto di riferimento per il cliente, una figura quotidiana, familiare, persino autorevole.
Poco prima di venire a Londra, durante una delle ultime settimane di lavoro a Roma, ero sceso a fare colazione al bar dell'ufficio come ogni giorno. Di solito avevo l'abitudine di fare colazione un po' tardi, verso le 11 e mezza, ma quel giorno avevo fatto davvero tardi. Non mi ero accorto che era l'una passata ed avevo ordinato come sempre cappuccino e cornetto alla crema. Immediatamente il barista, bonario ma determinato, mi aveva rimproverato: "Ma che ti sembra l'ora del cappuccino questa? Non sei mica un turista americano!". Aveva ragione. Da buon romano, mi ricordava che il momento giusto per prendere un cappuccino è la mattina, prima dell'una. Il cappuccino a pranzo lo lasciamo prendere a qualcun altro. La cosa interessante è che lui dava per scontato, giustamente, che io conoscessi questa regola e che avessi per distrazione cercato di infrangerla, ma in ogni caso avrei desistito dal mio ignobile tentativo.
Così feci. Divertito, avevo ordinato immediatamente un caffè macchiato e gli avevo sorriso. Lui mi aveva servito il caffè compiaciuto, orgoglioso di avermi impedito di compiere un qualcosa di immorale. In qualche modo, aveva vigilato sulla mia coscienza gastronomica, ciò che ogni vero barista dovrebbe essere in grado di fare.
Se domani pomeriggio andassi da Caffè Nero a chiedere un cappuccino, quelle due deliziose ragazze mi guarderebbero storto, ed avrebbero ragione. Se facessi la stessa cosa da Starbucks, quei disgraziati mi servirebbero il cappuccino senza battere ciglio.
Ecco perché il caffè in Italia è più buono.

domenica 1 febbraio 2009

Amore cabriolet

Ciò che cantanti, poeti e fresconi sono soliti chiamare "amore" è in realtà un'acerrima e violentissima battaglia psicologica che l'uomo e la donna combattono l'uno contro l'altra ininterrottamente. La situazione è resa particolarmente complicata dal fatto che i rapporti di forza tra i due sessi sono costantemente squilibrati. Ma andiamo con ordine.

Fino a 12 anni si può dire che non esistono grosse differenze. E' proprio a quest'età tuttavia che si verifica la prima sperequazione: la donna ha una clamorosa impennata nel proprio sviluppo psicofisico e nel giro di un paio di mesi completa la sua trasformazione da bimbetta frignante in vamp senza scrupoli. L'uomo si accorge invece con amarezza di essere rimasto sostanzialmente un nanerottolo moccioloso ed è depresso perché le sue coetanee lo considerano, giustamente, un imbecille.

A 15 anni il divario è massimo. Mentre gli uomini continuano ottusamente a fare a scambio di figurine come quando erano alle elementari, le donne, almeno quelle più spigliate, maneggiano preservativi con la stessa confidenza con cui un croupier del casinò di Lugano muove le fiches alla roulette. Hanno storie con ragazzi più grandi e continuano a considerare i propri coetanei, giustamente, degli imbecilli. Tuttavia è proprio a quest'età che l'uomo prende finalmente consapevolezza del proprio essere un idiota, ed inizia un lungo e paziente lavoro su sé stesso.

A 18 anni la situazione è cambiata. L'uomo ha qualche storia con ragazze di qualche anno più piccole, ma fatica molto a capire il loro modo di ragionare. La donna invece ha conosciuto in discoteca un brillante studente universitario e ne approfitta per farsi scarrozzare avanti e indietro ogni volta che ne ha voglia.

A 20 anni il divario si allarga di nuovo. L'uomo scarrozza ora pazientemente una diciottenne ogni volta che lei ne ha voglia, ma continua a non capire molto riguardo al suo modo di ragionare. In particolare, non capisce perché dica delle cose e poi ne faccia altre, né riesce a spiegarsi perché a volte scoppi a piangere se lui le chiede cose semplici come mandargli qualche sms in meno. La donna invece ha liquidato lo studente ed ora esce con un trentenne che la viene a prendere in SLK.

A 25 anni c'è un periodo critico. La donna viene improvvisamente lasciata dall'uomo della SLK e fa le due cose che fanno tutte le donne che hanno appena concluso una storia di 5 anni: cambia pettinatura e si iscrive ad un corso di salsa. In discoteca si diverte a far credere agli sconosciuti di essere attratta da loro, solo per poter poi ridere insieme alle amiche della cosa. Di tanto in tanto riceve delle proposte indecenti da qualche facoltoso quarantenne, che a volte accetta.
L'uomo invece è disorientato: la sua ex lo ha lasciato per mettersi con un trentenne che guida una SLK e quasi tutte le donne che ha occasione di conoscere sono fidanzate da diversi anni. Ormai ha finalmente trovato lavoro ma vive al di sopra delle sue possibilità ed ogni mese butta mezzo stipendio offrendo aperitivi e cocktail a sconosciute che sembrano interessate a lui ma poi gli danno buca. Continua a non capirci molto delle donne ed in particolare non capisce per quale motivo si divertano così tanto a sembrare disponibili per poi dare due di picche a destra e a manca. Lui con i suoi amici non farebbe mai una cosa del genere, gli sembra una perdita di tempo.

A 30 anni c'è l'inatteso colpo di scena. Finalmente l'uomo si rende conto che è impossibile capire le donne e fa il definitivo salto di qualità: compra una SLK e va a caccia di ventenni.
La donna invece va semplicemente fuori di testa ed inizia ad essere ossessionata dall'idea di avere un figlio.

A 35 anni la donna si è sposata, ha avuto un figlio ed ha già lasciato il marito per mettersi con il suo capoufficio, che guadagna il doppio. L'uomo invece continua a non capire molto delle donne e, nel dubbio, continua a girare in SLK perché ha visto che tutto sommato funziona. Spende ancora una barca di soldi per offrire aperitivi e cocktail, ma almeno ora se lo può permettere.

mercoledì 23 luglio 2008

Vita da scapolo 2 - Un anno dopo

La situazione è pressoché identica a quella di un anno fa, ma le sensazioni sono molto diverse.
Ancora una volta padrone incontrastato della dimora familiare, ma stavolta non c'è nessuna attesa in vista di un'esperienza relativamente ignota in un paese relativamente inospitale, bensì una certa nostalgia nel ricordare i preparativi di un anno fa con la segreta consapevolezza che, in fondo, andavo a spassarmela. La nostalgia mi dà appuntamento quotidiano su Facebook, in assoluto il miglior modo mai inventato per farsi egregiamente gli affari degli altri, dove ogni giorno sfilano quei volti con cui ho condiviso quattro gioiosi mesi di delirio multiculturale, malgrado fossimo tutti lì ufficialmente per studiare. Sarebbe bello in effetti poter rifare tutto daccapo, ma avrebbe poco senso, essenzialmente perché non ho la benché minima intenzione di passare un altro autunno in Svezia per tutto il resto della mia esistenza.
Ma dopo la nostalgia si fa strada un'altra maligna considerazione: potranno spassarsela quanto vorranno, ma saranno sempre condannati alla loro vita di provincia, belga, tedesca od olandese che sia. Io invece con 20 minuti di macchina me ne vado al Colosseo, e scusate se è poco. Vogliamo mettere Roma con Gent? Vogliamo proprio?
E quand'anche l'Urbe venisse a noia, ecco pronto un viaggetto mid-cost a Barcellona (tiè): un must della vacanza agostana da italiani medi che finalmente, e ne sono fiero, sono riuscito ad organizzare dopo almeno tre anni di tentativi vani. Si parte il 6 Agosto, in compagnia di 4 amici di vecchia data.

Nel frattempo ne approfitto per crogiolarmi nella calura mediterranea dopo una sessione di performance estreme: eh già, perché visto che l'esperienza scandinava mi ha fruttato alla fine della fiera un solo esame, mi è toccato fare gli straordinari.
Sono cifre che fanno girare la testa: 39 CFU verbalizzati, 8 esami sostenuti, addirittura 3 orali nello stesso giorno! Per chi ama le statistiche, si tratta della miglior sessione di sempre.
Ne consegue che un po' di riposo è, se non dovuto, almeno meritato. Fortunatamente la vita fornisce continuamente numerose ocasioni di svago: tanto per cominciare, c'è da finire di vedere la quarta serie di Lost, operazione che viene svolta senza badare al dispendio di energie. E visto che Lost è una fiction di inaudita complessità, si passa subito ad organizzare serate a tema Lost coinvolgendo fan affermati ed amici scettici in maratone di 6 puntate alla volta, (ri)partendo rigorosamente dalla prima serie (e poi giù a rotta di collo fino alla quarta, senza soste) allo scopo di riordinare un po' le idee in vista di futuri sviluppi.
E quand'anche Lost fosse insufficiente, ecco comparire la scatola magica: Alice Home TV. Se neanche la mirabolante offerta di canali digitali in chiaro basta a stuzzicare la mente, non si può restare impassibili di fronte alle strepitose possibilità di scelta che offre la tv on demand: in particolare, 37 concerti e 47 cartoons della serie Looney Tunes, da vedere e rivedere, gratis, tutte le volte che ci pare.
E se a questo aggiungiamo le mirabolanti sperimentazioni gastronomiche che offrono i supermercati odierni, su tutte i nuovissimi Pan di Stelle Cereali (!), ne scaturisce una varietà di possibili combinazioni in grado di rendere la vita da scapolo semplicemente strepitosa.
Ad esempio: Coldplay + Pangoccioli; oppure, Gatto Silvestro + Pesto alla siciliana; oppure, Lost + Gocciole Extra Dark; oppure ancora, Willy il Coyote + Mentorzata; oppure, Franz Ferdinand + Pan di Stelle Cereali; o ancora, Rage Against The Machine + Pesto alla genovese.
E si potrebbe continuare...

domenica 11 maggio 2008

+46 (Reloaded)

Niente di meglio del ponte tra 25 Aprile e 1 Maggio per fare una capatina su a Karlstad.
Un'ottima occasione per andare a trovare un po' di amici, sistemare un paio di faccende buroratiche rimaste in sospeso e riconciliarsi con una città con cui, a Dicembre, il nostro povero italiano all'estero si era lasciato di malumore.
Il viaggio, tranquillo ed un po' noioso, attraversa tre nazioni. Alzatosi di buon'ora, alle dieci il nostro decolla puntuale (non potrebbe essere altrimenti, visto che la compagnia è danese, gente che fa sul serio). Dopo tre ore si arriva ad Oslo, dove il nostro si ferma a pranzare.
Si sa, per un romano è impossibile sorseggiare un caffè senza scambiare due chiacchiere con il barista. Il povero norvegese, uomo schivo e riservato, sulle prime rimane stupito dalle domande a carattere metereologico che gli vengono rivolte. A poco a poco però si rilassa e si rivela essere una persona gentilissima e persino affabile (nei limiti in cui un norvegese può essere ritenuto affabile). Purtroppo tutta questa cordialità ha un prezzo: al ritorno in patria il povero italiano scoprirà controllando l'estratto conto di aver speso quasi 7 € per un espresso ed una fetta di torta in quel maledetto bar di Oslo.
Il viaggio prosegue con l'ultima parte, 4 estenuanti ore di pullman da Oslo a Karlstad. Passeggiare per la piccola città gli dà strane sensazioni. Diversi mesi sono passati dalla sua partenza e Karlstad ha mutato volto: il clima è squisito e le ore di luce sono tantissime, ancora di più che a Roma. Il nostro si installa al campus, ospite di una italofrancese al di sopra di ogni possibile sospetto.

La sera successiva c'è il compleanno di una basca, un'ottima occasione per salutare tutte le persone rimaste dal primo semestre. Per l'occasione il nostro cucina il suo cavallo di battagllia: mezzo chilo di fusilli tricolori con pesto, gamberetti e champignon, il piatto che lo aveva reso indegnamente celebre durante il primo semestre. Rimane sorpreso e commosso dall'affettuosissima accoglienza che gli viene tributata dai suoi amici spagnoli, i quali vengono ad abbracciarlo uno dopo l'altro in una sorta di "Carramba che sorpresa!" internazionale.
In un angolo, dimenticata da tutti, siede la povera fiamminga, ormai sola e malinconica senza le sue amiche olandesi, tutte tornate a casa a Natale. I due si scambiano un'occhiata interrogativa, ed alla fine lei si rassegna ad andarlo a salutare, simulando egregiamente con tanto di baci e sorrisi di essere contenta di vederlo. Dopo le chiacchiere di rito lei si abbandona a qualche confidenza, lasciando trasparire la sua amarezza per il fatto di non essere più la reginetta sexy delle folli notti svedesi. A quel punto inizia la cena e i due evitano accuratamente di rivolgersi la parola per il resto della serata. Sarà l'ultima volta in cui si vedranno.

Nel complesso la settimana scorre placida e tranquilla. Forse anche troppo tranquilla. Il nostro, si sa, non è amante degli eccessi, ma forse cinque barbecue in una settimana sono un po' troppi. Più che in Erasmus, l'impressione è di trovarsi ad un raduno internazionale di scout.
Alla fine giunge il momento di partire, e neanche stavolta al nostro italiano dispiace di tornare nella sua Roma. Di nuovo tempo di abbracci e scambi di mail, un po' di malinconia stavolta più definitiva di prima e qualche promessa fantasiosa di scambiarsi presto visite a Roma o in Spagna. Non succederà mai, ma è bello comunque invitarsi e dimostrare ospitalità.
Il nostro si rimette infine in viaggio, con la consapevolezza che questa è stata davvero l'ultima volta che ha messo piede a Karlstad. Stavolta però a dirgli addio non c'è una città buia e depressa, ma una città luminosa e serena. Lasciarsi così è molto più facile.

martedì 22 aprile 2008

Le 6 cose che più mi piacciono

Ricevo da Mar questo meme e volentieri aderisco.
Per chi, come me fino a poco fa, non sapesse cos'è un meme rimando alla pagina dedicata di Wikipedia, che lo definisce, tra le altre cose, "un'unità auto-propagantesi di evoluzione culturale".

Detto ciò, le 6 cose che più mi piacciono sono:

1) Il suono metallico ed ineguagliabile delle corde del basso appena montate

2) Invitare a casa i miei migliori amici nelle sere d'Estate

3) Guidare per Roma quando sta per tramontare

4) Prendere un aereo per andare a visitare qualcosa o qualcuno

5) Ascoltare, suonare, comporre, mixare, spargere musica in tutti gli angoli della mia giornata

6) Sentirmi orgoglioso quando vedo la nazionale di calcio che gioca bene e vince

Restando fedele allo spirito dell'iniziativa, invito chiunque ed in particolare Silvia, Luca ed Emmuzza a proseguire nell'opera di propagazione spontanea

giovedì 13 marzo 2008

Inchiesta: la Sindrome del Tassista

Scoperta nel 2004, la Sindrome del Tassista è una grave patologia psichica, in grado nel lungo periodo di arrecare a chi ne soffre seri danni mentali e relazionali, di cui si è registrato in questi ultimi anni un numero sempre maggiore di casi. La sindrome colpisce esclusivamente soggetti di sesso maschile, di età superiore ai 18 anni, automuniti, beneducati e di estrazione socioculturale medio-alta.
Non immediata da riconoscere, si manifesta inizialmente con un'insolita e ricorrente insistenza, da parte del soggetto colpito, ad offrire colazioni ed aperitivi alle sue conoscenze femminili abituali.
Dopo un periodo di incubazione che varia generalmente dai 3 ai 9 mesi, la malattia esplode immancabilmente nella sua forma più comune. Perché ciò accada è sufficiente che una delle succitate conoscenze richieda al soggetto un passaggio a casa, visto che abita di strada, innescando in tal modo un terribile meccanismo psicofisico: senza rendersene conto, il soggetto inizierà quindi, con frequenza quotidiana e crescente, a concedere passaggi alle medesime conoscenze, fin tanto che il gesto finisca col diventare automatico e quasi dovuto. Tra le categorie di conoscenze più comuni rientrano studentesse universitarie (in prevalenza fuori sede), colleghe del lavoro, donne che dichiarano di sentirsi molto tristi e trascurate dal ragazzo, queste ultime forse le più pericolose.

Nello stadio più avanzato il soggetto arriva addirittura ad offrirsi spontaneamente per offrire passaggi da una località lontana ad un'altra ancora più lontana, patologia che è può essere accompagnata non di rado da allucinazioni, nausea, vomito, amnesie temporanee e perdita del senso della realtà.
In questa fase la malattia è spesso accompagnata dall'altrettanto funesta Sindrome del Centralinista, scoperta nel 1976 da un équipe italo-francese, grave disturbo della personalità che induce il soggetto ad ascoltare per ore lo sfogo monotono di una donna lasciata dal suo uomo perché convinto in tal modo di poterla conquistare.
L'analogia tra le due patologie è peraltro evidente: anche nel caso della Sindrome del Tassista si ha a che fare con un radicato disturbo della personalità che induce erroneamente il soggetto a ritenere che le donne si innamoreranno di lui per via della sua grande gentilezza e disponibilità.

Purtroppo, anche una volta individuata con sicurezza, la sindrome rimane assai difficile da sconfiggere, proprio a causa della sua connotazione psichica.
Molti pazienti infatti semplicemente rifiutano di riconoscere la propria malattia, ritenendosi solo persone un po' più gentili della media, ma che per il resto conducono una vita perfettamente normale. Alla richiesta di spiegare se sia normale che ogni giorno riaccompagnino a casa la ragazza di un altro, seguono spesso reazioni molto drammatiche: sputi, insulti, attacchi di panico, crisi di pianto, aggressioni, attacchi di depressione, persino gravidanze isteriche.

Se non curata adeguatamente, la sindrome può avere effetti devastanti sulla psiche del malato. I rischi più seri riguardano la sfera dei rapporti sociorelazionali del soggetto colpito, compromessi dalla sua visione gravemente distorta della realtà che lo spinge a credere che i suoi atteggiamenti di gentilezza saranno apprezzati e premiati come meritano.
Recenti indagini sociologiche svelano invece come questa convinzione risulti assolutamente agli antipodi rispetto a quanto avviene nella realtà: 4 donne su 10 si dicono felici di andare a prendere e riportare ogni sera il loro ragazzo che abita a 35 Km di distanza e non prende mai la macchina per paura di ammaccare il paraurti; 7 donne su 10 dichiarano infine di aver capito veramente quanto erano amate dal loro partner dopo essere state abbandonate per strada di notte all'altro capo della città nel corso di un normale litigio di coppia (fonte: ANSA).